09/ago/2010

Il blog si sposta!


A partire da oggi, il blog si sposta su giovanniangioni.com
Spero qualcuno continui a passare anche da quelle parti.

07/ago/2010

Proviamo a pensare a qualche ebook da leggere

Gli sviluppi tecnologici che stanno cambiando la nostra società hanno avuto ripercussioni anche nel mondo dell’editoria che ha dovuto fare i conti con un pubblico sempre più digitale e globalizzato.

 Ciò ha comportato l’esigenza di creare nuove forme di fruizione letteraria che rispondessero alle nuove abitudini degli appassionati della lettura e della scrittura.

 E’ questo il proposito di Ebook Vanilla, nuova ma già importantissima libreria online che intende porsi come punto di riferimento per lettori e scrittori.

L’intuizione è da attribuire al fondatore, Antonino Loggia, che ha sviluppato questo progetto in seguito ad un simpatico episodio estivo. Mentre si trovava su una spiaggia, nell’estate del 2010, un bambino l’ha visto utilizzare il suo nuovo Ipad e si è avvicinato chiedendogli un gelato in cambio di una proposta visionaria, quella di creare un luogo virtuale in cui poter leggere gratuitamente fumetti.

 Loggia, dunque, ha preso spunto dall’immaginazione di questo bimbo per creare una realtà di cui il panorama editoriale italiano era carente.

 Ebook Vanilla permette di scaricare libri elettronici, vantando un catalogo che annovera più di mille titoli, e dà la possibilità agli autori emergenti di pubblicare il proprio lavoro tramite il self – publishing, senza tralasciare spunti, notizie, aggiornamenti sul mondo editoriale.

19/lug/2010

Una botta (in testa) e via!

Dai, ragazzi, finiamola qui. Non ha più senso continuare in alcun modo, perdersi tra le milioni di domande impossibili sul significato di quello che facciamo mentre qualcuno continua a mettercela nel sedere approfittando della nostra apparente vocazione spirituale verso la sodomia.
Leggere i giornali italiani è diventato talmente penoso che ho deciso di prendermi una pausa pure io, che dell’addormentarmi leggendo qaunti più articoli possibili ne avevo fatto una ragione di vita.
Perchè non è possibile muoversi da uno schifo all’altro senza provare almeno un solo, miserabile, conato di vomito talmente violento da far venire voglia di combattere.
Ma di combattere sul serio. E senza preoccuparsi delle vittime, che tanto non possono mai essere più di una nazione intera.
***
È ora di ricominciare a scrivere. Punto di nuovo sulla stessa idea per lo stesso libro. Vediamo come va.
E se mi rubano il pc un’altra volta, giuro, capisco il messaggio e smetto i provarci.

13/lug/2010

Ho rotto le infradito


Trendaduegreadi.
Al sole, all’ombra, sotto i sassi, dentro l’acqua.Chissenefotte.
Trentaduegradi sono sempre trentaduegradi. Non diventano menoditrentaduegradi solo perchè ci si sposta dal sole all’ombra.
Onestamente, è un inferno.
Mi ricordo di estati passate nascosto al piano di sopra del Lido, scarponi da basket ai piedi, maglietta e pantaloncini come se non fosse Sardegna, come non fosse estate.
Come l’unico piacere di andare al mare fosse quello di potersi fumare una sigaretta in santa pace senza dover temere l’arrivo di chissàchi.
Sarà che in questo periodo mi sento abbastanza invecchiato – ma non riesco a non pensare a come avrei potuto godermi di più certi momenti che non mi ero nemmeno accorto mi stessero sfuggendo dalle mani.
Fa impressione capirlo ma è così – anche le abitudini peggiori, tutte quelle che si incastrano perfettamente nella nostra vita diventando anche loro LA nostra vita, ad un certo punto finiscono.
E la maggior parte delle volte finiscono così, senza che ci sia nemmeno la voglia di accorgersi che sono finite. Senza nemmeno riuscire che si è arrivati all’ultima volta.
All’ultimo bacio dato ad una completa sconosciuta, l’ultima colazione rifiutata per scappare da una sconosciuta, l’ultima serata buttata in un bar a parlare di politica con amici che era difficile immaginare potessero esistere anche lontano da lì.
Insomma, l’ultimo post mi è rimasto in testa più del dovuto continuando come una piccola tortura a farmi rivivere momenti di una bellezza talmente tragica che, forse, sarebbe stato meglio non fossero nemmeno accaduti.
Giovanissimo e romantico, a questo punto mi sarei costretto a buttare dentro alla discussione un po’ di Sartre per soddisfare – almeno quello – un narcisismo che spesso ha assunto proporzioni gigantesce.
che la metà ne basta” direbbe il saggio Petrino direttamente dalle segrete di palazzo Grazioli.
Oggi, al più, sono triste e guardo fuori dalla finestra.

09/lug/2010

Piccola Crisi Interiore di Mezza Estate

Visto che la mattina ha sorpreso pure me per una produttività inaspettata – rimetto mano ai blog per annunciare la chiusura di quello su La Stampa – non è completamente sicuro che Cronache Estoni debba scomparire ma…insomma…se non ci scrivo dentro rendo complicatissimo difendere il narcisismo che si nasconde in quell blog – e per sfogarmi un po’ qui.

Spiando un video di Alessandra Vanini su Facebook mi è venuta in mente una lista di cose che facevo e non faccio più. Cose che un po’ ucciderei per riavere.

E così ho deciso di metterne un po’ qui per vedere se scriverle sul blog mi aiuta ad uscire dal guscio della vita confortevole ma noiosetta per ricominciare ad approfittare dei giorni in maniera un po’ più intelligente.

Ho voglia di perdermi per i quartieri poveri di Istanbul.
I viaggi sono morti perchè li ho uccisi io svuotandoli di significato.
Una volta, partire, voleva dire ottenere un visto molto dubbio per incontare dissident del regime in Bielorussia…camminare con il culo stretto dalla paura per un’Istanbul da favola prima di parlare con un Nobel della letteratura…farsi prendere le impronte digitali dalla polizia russa con un fantastico misto di inchiostro e sangue alla stazione di polizia di Ivangorod…
Passare il confine con telefonini rubati dopo aver finalmente scoperto come si mangiano le uova…
Ora, come fosse nulla, partire è diventato cercare una stanza al Radisson, lasciare la carta di credito alla reception per pagare il minibar e fare una passeggiata per cercare un ristorante buono. Passando per H&M, che ci sono i saldi e si trova sempre qualcosa di cretino da usare stasera.
Mamma mia.

 Ho voglia di aprire Adobe Premiere
E perderci ore, giorni anche per fare un cazzo di video che non vedrà mai nessuno. Nascondere la testa sotto cuffie enormi e cominciare ad ascoltare album su album perchè – è chiaro – senza la musica adatta i video non servono a nulla.
E poi… starting point…ending point…cut. E buttare tutto su after effects per scoprire che, in fondo, I video con troppi effetti fanno cagare ed è meglio ricominciare da capo per farne uno più semplice.

Di sabato e domenica
Prendi un treno, vai a Sillamae e ricordati di portare la macchina fotografica. Piscine con rifiuti nucleari, l’ultimo porto prima della Russia, tasso di HIV altissimo, puttane d’ordinanza all’ingresso dell’albergo e portachiavi fatti di code di coniglio mozzate.
L’ultima volta? Due anni fa.

Finire la notte alle 10 del mattino in Levikas.
oppure al clandestino del Barrio Alto prima di correre a comprare del Pao com Chourizo in rua da rosa a Lisbona. Di andare in ristoranti assurdi, di essere minacciati con dita che si muovono piano piano sotto la gola, di essere così stanco da aver bisogno d’aiuto per tornare a casa perchè -  “oh, sul serio. Io dormo qui. Passate dopo”.  Mentre sei seduto sul marciapiede.

Di scrivere.
Passare cinque anni a dire che – no, un libro non lo scrivo più perchè mi hanno rubato il pc ed era tutto lì – sta diventando una scusa assurda.
Una volta mi pagavano per viaggiare e scrivere. Talmente tanto che, per non sentirmi in colpa, regalavo articoli.
Oggi ho un ufficio in affitto dove due stagiste scrivono per il giornale che nel frattempo ho aperto. Risultato?
In quell’ufficio, io, non ci entro nemmeno. Rimango sulla porta. Perchè quello che rappresenta mi fa un po’ tra schifo e paura.

Di andare al berchidda.
Il jazz festival. Il treno lentissimo. La tenda che non riesce ad essere fastisdiosa perchà la perdo prima di poterla usare.
Tutto andato?

Di gettare merda su Berlusconi al caffé
Tavolo 11, Perrier ordinata solo per me, libro, il mondo tutto intorno.
Quella era vita.

Oh, diciamolo chiaramente. Fissare la data del proprio matrimonio ha degli effetti devastanti.

02/giu/2010

Lettera Aperta al Presidente Napolitano nel Giorno della Festa della Repubblica

Gent.mo Onorevole Presidente Napolitano,

Questa volta, e mi permetta di prendermi tutta la presunzione che ci vuole per dirlo, Lei si è sbagliato.

Nel Suo discorso alla Nazione che ho trovato disponibile sul sito della Presidenza, Lei ha parlato di interrogativi sul futuro, di problemi e di sofrzi necessari per salvare il Paese da un baratro che, apparentemente e fortunatamente per Lei, dimostra di non conoscere a pieno.

Riprendendo come spunto un piccolo j’accuse che ho lanciato mesi fa dalle colonne – poco lette a dire la verità -del mio blog su La Stampa, questa mattina sono arrivato in ufficio con la precisa intenzione di raccontarLe una storia un po’ più precisa delle Sue onorevoli parole. Una storia vera e che conosco quasi a memoria perchè continuo a costruirla giorno dopo giorno con le mie mani in un luogo che con l’Italia ha davvero poco a che vedere.

E, mi permetta di precisarlo, non si tratta della storia di una persona partita svantaggiata e che non è riuscita a farcela: è il racconto di una figlio dell’alta borghesia italiana che proprio sfruttando il suo bagaglio culturale, le sue capacità e la possibilità economica di scappare ha deciso di investire nel proprio futuro con un biglietto di sola andata per uno degli stati dell’Unione Europea più lontani dal nostro.

Ho lasciato l’Italia per la prima volta nel 2004 ed ho finito per trasferirmi stabilmente in Estonia nel 2006 quando, crisi economica lontana mille miglia, ho pensato di aver trovato una società adatta a quello che cercavo: meritocratica e dinamica.

In quattro anni di Estonia, con le mie tasse, ho ottenuto una quantità tale di servizi che mi hanno fatto scoprire una dimensione completamente diversa della vita , facile perfino – se mi permette di sprecare così questo orribile aggettivo.

In quattro anni di Estonia – e senza parlare una parola di estone ma con un inglese che, nonostante le lamentele della mia stimatissima settantenne professoressa all’università, è semplicemente perfetto – sono riuscito a realizzare uno dopo l’altro i miei sogni scoprendo che esistono dei luoghi nei quali essere giovani non è una colpa. È un vantaggio.

Accolto a braccia aperte al Ministero dell’Istruzione ho avuto subito carta bianca per realizzare ciò che pensavo fosse utile solo sulla base del mio curriculum. Nessun concorso né cognome ad aiutarmi.
Provata la mia serità – come giornalista almeno –, passo dopo passo mi sono conquistato da solo quello che pensavo di poter raggiungere e per il quale ho fatto l’unica cosa possibile Signor Presidente, ho lavorato.

Nessuna lobby, nessun contatto, nessuno sponsor: ho dimostrato di saper fare qualcosa e questo è bastato a farmi avere ciò che persone molto più brillanti di me non sono riuscite nemmeno a sfiorare per la sola colpa di essere rimasti in Italia.

Persi tra concorsi allucinanti – la mia tesi universitaria sulla riforma del sistema universitario e basata sui migliori punti di sei sistemi già esistenti, chissà come mai, venne rifiutata...imponeva al personale accademico di lavorare... – e tra figli di che in genere rosicchiano percentuali impressionanti delle risorse disponibili, ho visto persone meravigliose rinunciare a vivere, rinunciare a sognare. Per provare a convincersi che avere la possibilità di rispondere al telefono di Sky li rende speciali. Fortunati, Signor Presidente.

Persone cresciute nell’idea che una laurea ed un dottorato potessero essere la via d’accesso più facile per realizzarsi e che ora si trovano nella melma del disastro che la flexicurity economica – flessibilità e sicurezza – crea quando ci si dimentica di garantire la security sociale.

Quattro anni lontano dall’Italia, Egregio Signor Presidente, mi hanno insegnato tanto e mi hanno fatto aprire gli occhi verso un mondo che, visto da così lontano, mi sembra più vicino ad una commedia di Alfred Jarry che ad un Paese dell’Unione Europea nel 2010.

L’Italia che vede Lei con i Suoi occhi, non me ne voglia Signor Presidente, è un’Italia che non esiste. Un Italia nella quale chi ruba ha la possibilità di salvarsi e chi getta fango su qualsivoglia cosa non rischia mai nulla.

Mi piacerebbe invitarLa un giorno a tornare con me in Sardegna, Signor Presidente, e vedere l’Italia che Lei ha contribuito a creare con il Suo glorioso passato senza lo schermo del vetro di un auto blu perchè, a quel punto, sono sicuro Lei proverebbe la mia stessa vergogna.

Vergogna nell’avere il solito manipolo di folkloristiche prostitute nella strada tra l’aereoporto e ma mia città, vergogna per sentire dei funzionari pubblici chiedere il permesso di soggiorno a cittadini dell’Unione Europea, vergogna per aver perfino perso la mia identità – è così Signor Presidente, firmando questa lettera con il mio nome credo di commettere reato – solo perchè un maestro anagrafico si è dimostrato in grado di sbagliare sia il nome di mia madre che quello di mio padre nel momento in cui è stato costretto a venire a contatto con la mia esistenza.

Vergogna perchè il sistema che abbiamo tutti contribuito a costruire nel nostro Paese mi constringerà a continuare la mia esistenza all’estero, a costruire una famiglia all’estero e – spero comunque non troppo presto – a portare i miei figli in vacanza per mangiare spaghetti buoni e visitare i nonni.

Perchè è questo che siamo, Signor Presidente.

Un Paese per nonni che non ha paura di darlo a vedere. Un Paese nel quale un giovane su tre non ha lavoro e, sarà la disperazione?, nessuno si ferma a pensare perchè.

Lei, Onorevole Signor Presidente, oggi ci chiede di celebrare la Repubblica Italiana, di sforzarci e di sperare.

Io, per quanto piccolo ed insignificante, oggi dico che Lei ha sbagliato. Perchè l’unico modo per celebrare gli italiani è guardarli negli occhi e chiedere scusa.

Cordialmente,

Giovanni Angioni
Giovanni Angioni - g.angioni@gmail.com - facebook.com/giovanni.angioni
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